Antologia critica
Chris Gilmour
di Guido Bartorelli
Quello di Chris Gilmour (Manchester, 1973) è, prima di tutto, un lavoro sul materiale. Con severo auto-condizionamento ne ammette uno solo: il cartone, quello classico e a buon mercato degli imballaggi, più un secondo, la colla, ma con mera funzione fissante. Gilmour lo plasma, lo trasforma, ne tira fuori un potenziale espressivo insospettabile e lo porta a esaltarsi in sculture di un realismo che lascia senza parole. Sculture, sì, anche se può sembrare anacronistico, perché tutto ciò presuppone una ricerca accuratissima sulle proprietà del cartone – duttilità, resistenza, malleabilità e così via – proprio
come gli scultori di una volta dovevano conoscere perfettamente le caratteristiche di marmo e bronzo. Pensate solo, tanto per evidenziare il lato forse meno appariscente, a che miracoli di statica tengono in piedi queste opere, prive di alcun sostegno ligneo o di metallo.
Questa abilità serve a Gilmour per duplicare di alcuni frammenti di mondo, come lui stesso in sella a una vespa, un uomo di fronte alla TV, un altro alla macchina da scrivere. Sotto questo aspetto il processo di conoscenza è dedicato al prelievo: l’oggetto viene analizzato, smontato, dissezionato e quindi riprodotto o, meglio, raddoppiato in scala uno a uno nella materia anomala del cartone. Esperire il mondo, appropriarsene vuole dire rifarlo con le proprie mani e il doppio è, al tempo stesso, la cosa e la distanza dalla cosa.
Siamo ancora al magrittiano «Ceci n’est pas une pipe», magari filtrato da George Segal o Duane Hanson? Siamo ancora alla pratica della tautologia, alla riflessione sul linguaggio che vuole rassomigliare il più possibile alle cose, ma non sarà mai le cose stesse? Certamente queste componenti sono presenti e ispessiscono il lavoro di riferimenti d’alto lignaggio. Ma quello che rende inedito l’approccio di Gilmour lo troviamo inscritto nel suo dna generazionale: è la propensione al mythos, al racconto, all’impatto spettacolare, che accomuna questi personaggi a enormi giocattoloni. Incontrarli è sorpresa e divertimento. Non si tratta in fondo, alla lettera, di “cartoni animati”?
Guido Bartorelli